UN SALTO NEL BUIO

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Gerry Longo

UN SALTO NEL BUIO

Con la partecipazione straordinaria di:Simona Atzori 

Regia di: Tiziana Sensi

 

Sinossi

 

Un salto nel buio è una commedia divertente, ironica e pungente.

La scena si apre con un personaggio grottesco, di nome Jafar, direttore di scena egiziano. Durante la sua assenza, la regista che gestisce il teatro Zuse, ha aperto un laboratorio teatrale integrato, composto da tredici ragazzi non vedenti e sei ragazzi vedenti. Quando comunica la novità a Jafar, questi rimane sgomento ed interdetto e inizia a porsi mille domande che ne fanno il rappresentante della comune inconsapevolezza nei confronti della diversità.

Alla segreteria del teatro Zuse, poi, lavora Anna Maria, una quarantenne napoletana, buffa, goffa e distratta, un personaggio carico di comicità.

L’unico personaggio serio del corpo docenti sembra essere l’insegnante di canto, Eva: una donna di origine francese, molto carina, pignola, una vera stakanovista, apparentemente dotata di un granitico self-control che solo Jafar, con i suoi continui corteggiamenti e le interruzioni delle lezioni, riuscirà a mandare in frantumi.

In questa caotica girandola di docenti e assistenti, gli attori del teatro Zuse sembrano abbandonati a loro stessi. Il debutto, però, incombe e, nonostante la regista non si presenti mai alle prove, i ragazzi continuano a lavorare con dedizione allo spettacolo “Un salto nel buio”, con l’aiuto di Milly e Trudy, due giovani assistenti alla regia che si trovano a fare i conti con uno spettacolo senza copione.

Il testo dello spettacolo è frutto dello formula laboratoriale, che prevedeva una partecipazione attiva dei ragazzi. Ne è scaturito un copione unico e divertente, che vuole rispondere all’esigenza di comunicare un mondo e un modo di vivere che i più ignorano quasi completamente.

I dialoghi sono nati dal desiderio dei ragazzi del laboratorio di comunicare e di farsi conoscere: si tratta di brevi monologhi, frutto della loro fantasia, mista a quella di grandi autori del teatro del ‘900.

Il teatro, è noto, vive di proiezioni date dall’esistenza e la vita a volte si trasforma in una farsa teatrale. Ma l’intreccio drammaturgico di vita e finzione presenta, in questo caso, un altro importante protagonista: il buio. E proprio attraverso momenti di buio intenso in cui viene immerso, lo spettatore vive un forte impatto sensoriale, che gli permette di divenire attore ed immedesimarsi con quello che accade sulla scena. Il buio è il trait d’union tra personaggi e attori, tra realtà e finzione scenica, tra attori e spettatori; è l’elemento liquido nel quale il pubblico è invitato, fin dal titolo, a immergersi, a saltare, per vedere una realtà nuova e sconosciuta e, magari, cominciare a comprenderla.

Un salto nel buio è, dunque, una commedia unica nel suo genere, uno spettacolo dinamico, divertente, scevro di qualsiasi retorica ma inevitabilmente ricco di importanti spunti di riflessione.

 

La scena teatrale

 

La scena teatrale è divisa in due ambienti da un velatino: la porzione posteriore rappresenta la vita di tutti i giorni; la porzione anteriore, il teatro Zuse.

La scena è formata da un pavimento a scacchiera, bianco e nero. Gli attori sono vestiti di nero e le attrici di bianco. L’unico elemento di colore è il rosso, ed i personaggi si muovono nei due ambienti come pedine che giocano una partita tra la vita ed il teatro. La sinergia tra gli artisti professionisti ed i ragazzi del laboratorio ha fatto sì che dal movimento incerto di chi non percepisce lo spazio, potesse nascere un nuovo linguaggio corporeo, che su musica si traduce in una coreografia suggestiva per lo spettatore. Il ritmo dello spettacolo è incalzante.

 

Note di regia


Lo spettacolo teatrale Un salto nel buio – con un copione frutto del lavoro creativo di tutti i ragazzi del laboratorio sperimentale, in collaborazione con artisti professionisti - è andato in scena dal 19 al 22 Dicembre 2006 al Teatro Colosseo di Roma, ed ha avuto come testimonial Massimo Dapporto ed è anche approdato il 30 Luglio 2008 al “FiuggiFamilyFestival “diretto da Pupi Avati. Per la prima volta in Italia è stato rappresentato uno spettacolo interamente scritto ed interpretato da 13 ragazzi non vedenti, un testo originale, pungente ed ironico, ma anche capace di offrire forti spunti di riflessione, in cui il messaggio fondamentale che si cerca di trasmettere è quello dell’“l’handicap del sano”. Peraltro, il pubblico non riesce a capire quali siano gli attori non vedenti, poiché i ragazzi si muovono autonomamente senza nessun aiuto.

Lo spettacolo è il punto di approdo di un laboratorio che parte da lontano.

Dal 1999 al 2008, parallelamente alla mia attività di attrice, mi occupo di disabilità.

Ho iniziato il mio percorso teatrale sulla disabilità visiva nel 1999, all’Istituto Sant’Alessio di Roma, portando avanti l’attività fino al 2001. Dal 2004 al 2006, ho studiato e ricercato, attraverso una serie di lezioni di teatro individuale.

Nel maggio 2005 ho progettato un laboratorio rivolto a malati psichici affetti da gravi patologie, con uno spettacolo finale.

Negli ultimi anni ho approfondito la mia esperienza con l’handicap visivo, cercando di capire come sviluppare, attraverso le tecniche teatrali, la percezione dello spazio e del corpo: tematica centrale nella vita di chi non vede, perché grazie ad essa si può ottenere una maggiore sicurezza fisica ed espressiva ed un più profondo senso di adeguatezza nella vita di relazione.

Oggi ho la fortuna di veder realizzato un laboratorio teatrale integrato, composto da non vedenti, ipo-vedenti, vedenti ed artisti professionisti.

Dopo anni di esperienza teatrale, ho capito che la cosa più difficile da rappresentare per tutti, anche nella vita, è l’espressione del nostro corpo, in tutte le sue sfaccettature.

Da questo importante percorso di ricerca - grazie soprattutto alle lezioni individuali con Gerry Longo - ho iniziato a capire che utilizzando le varie tecniche teatrali, una persona che non vede può arrivare a muoversi nello spazio con una maggiore padronanza di sé.

In questi anni il mio corpo si è trasformato in uno specchio attraverso il quale i ragazzi hanno potuto vedere, a livello tattile, come riprodurre un gesto o un’espressione che non esiste nel loro linguaggio corporeo-espressivo.

La conferma è stata data dal fatto che anche lavorando con le persone più ostiche e chiuse, ho avuto il piacere di riscontrare che i risultati non sono tardati ad arrivare.


Associazione TeArca